“Il tutto è maggiore della parte”: PERCHE’ LA GIOVINEZZA NON E’ SOLO UNA STAGIONE

Nel suo libro intitolato: “Le età della vita”, il grande teologo Romano Guardini ci invita a pensare la giovinezza quale parte di quella totalità che è l’esistenza: una stagione – quella della giovinezza –
inaugurata e portata a compimento da una crisi (legata alla consapevolezza di sé e della realtà circostante), nonché contraddistinta da una domanda relativa ad un’identità – la propria – che si definisce nel tempo del cammino (chi sono veramente io?).
Fame e sete di vita, mancanza di coordinate, precarietà, il non sapere in maniera certa dove ci si sta dirigendo, ma anche fiducia in uno scopo, sorpresa di fronte alle circostanze che interrogano e suscitano domande: questo è ciò che contraddistingue la giovinezza.
Ma come leggere questo frammento in relazione al tutto? Si tratta di una questione fondamentale in quanto la società contemporanea ha iniziato a considerare la giovinezza non come una parte, bensì come un tutto separato, elevandola così a idolo. Nasce così il mito del puer aeternus, della giovinezza interminabile che colpisce molti adulti. E se il modo migliore per guardare alla giovinezza non fosse quello di considerarla un feticcio del passato da perpetrare, bensì un’esperienza sintetica – tra gioie e dolori, crisi e stupore – della vita intera da cui trarre un insegnamento per il futuro? Se infatti la vita è un cammino, quello della giovinezza non potrebbe essere forse lo stile più promettente con il quale affrontare l’intero dell’esistenza? In cosa consisterebbe questo stile?
Ne parleremo con don Luigi Maria Epicoco, giovane filosofo e apprezzato scrittore. Guidati dalla sua riflessione sorprendente e originale cercheremo di sondare la questione giovanile come opportunità e non più e solo come problematicità.

Don LUIGI MARIA EPICOCO è sacerdote della diocesi de L’Aquila, insegna Filosofia alla Pontificia Università Lateranense e all’ISSR “Fides et ratio” di L’Aquila, dove è anche direttore della residenza universitaria “San Carlo Borromeo” e parroco della Parrocchia universitaria San Giuseppe Artigiano. Cura i commenti alle letture per i giorni feriali del mensile “Amen. La Parola che salva”. Volto noto per aver partecipato a numerose trasmissioni su Tv2000 e in Rai.

Tra le sue pubblicazioni:

  • Telemaco non si sbagliava. O del perché la giovinezza non è una malattia (San Paolo, 2018)
  • Sale, non miele. Per una Fede che brucia (San Paolo, 2017)
  • Quello che sei per me. Parole sull’intimità (San Paolo, 2017)
  • Solo i malati guariscono. L’umano del (non) credente (San Paolo, 2016).

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Mercoledì 10 aprile 2019, ore 20:45

Centro Diocesano di Spiritualità, via Medaglie d’oro, 8 – Crema

“L’unità prevale sul conflitto”: LA FRATERNITA’ CHE RISANA

“Se uno non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede?” [1Gv 4,20]. Il monito della Prima Lettera di Giovanni, se calata nel contesto attuale, ci interroga profondamente. Il giornalista e scrittore Pankaj Mishra ha infatti definito la nostra epoca come “l’età della rabbia”: un’epoca segnata dall’egoismo e dal risentimento nei confronti dell’altro, visto come un competitore pronto a sottrarci qualcosa di prezioso o, in generale, il nostro spazio vitale. Il risultato è così quello di ritrovarci ad abitare un mondo costituito dalla somma di molte solitudini. Ma nella solitudine l’uomo perde se stesso: nella rottura di ogni relazione egli anticipa la sua morte. Questo perché l’uomo, sin dal suo concepimento, è essenzialmente vita-in-relazione: i legami lo costituiscono. Come ci ricorda la domanda di Dio a Caino (“Dov’è tuo fratello?”), ci sono legami che non vengono scelti e questi ci dicono chi siamo a seconda del modo in cui sappiamo rispondere al loro appello: tra questi, la fraternità. Al di là della volontà del singolo, ci si trova implicati nella fraternità – fratelli si nasce – e questa rimanda a una evidente diversità: ognuno, infatti, è unico e può dirsi tale solo all’interno di un legame con gli altri che condividono la stessa umanità. Come riscoprire il valore della fraternità in questo tempo di conflitti? Quali stili contraddistinguono una fraternità autenticamente vissuta? Qual è il cuore di una fraternità risanata e risanante?
Ne parleremo con mons. Erio Castellucci, teologo molto apprezzato nel panorama italiano che ha dedicato al tema dei legami (sia intraecclesiali che extraecclesiali) diversi contributi significativi.

Mons. ERIO CASTELLUCCI è arcivescovo di Modena-Nonantola dal 2015. Per diversi anni ha insegnato teologia alla Facoltà teologica dell’Emilia Romagna a Bologna, di cui è stato preside dal 2005 al 2009. Conferenziere molto apprezzato, tiene incontri e predica esercizi spirituali in tutta Italia.

Tra le sue pubblicazioni:

  • «Una carovana solidale». La fraternità come stile dell’annuncio in Evangelii Gaudium (San Paolo, 2018)
  • Solo con l’altro. il cristianesimo, un’identità in relazione (EMI, 2018)
  • La tartaruga e il principe. Conversazioni con i giovani (Cittadella, 2018)
  • La tua parola mi fa vivere. Quattro passi con la Bibbia (EDB, 2017)
  • La famiglia di Dio nel mondo. Manuale di ecclesiologia (Cittadella, 2012)
  • Annunciare Cristo alle genti. La missione dei cristiani nell’orizzonte del dialogo tra le religioni (EDB, 2008).

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Giovedì 14 marzo 2019, ore 20:45

Centro Diocesano di Spiritualità, via Medaglie d’oro, 8 – Crema

“Il tempo è superiore allo spazio”: ABITARE LA STORIA

tempo-spazioSe c’è un’esperienza in grado di identificare l’uomo in quanto tale, questa è l’abitare: l’uomo infatti non abita solamente luoghi, ma relazioni, stati d’animo, situazioni.
Il racconto di Genesi ci restituisce il significato autentico di questo gesto. Abitare infatti significa “coltivare” e “custodire” quanto ci è offerto affinché ci diventi familiare: diventi casa. Ma non si tratta di un’azione statica, bensì dinamica, in quanto questa casa chiede di essere ancora costruita. Su questo punto, quanto ha richiamato papa Francesco affermando che “il tempo è superiore allo spazio” risulta essere fondamentale: non si tratta tanto di occupare spazi – anche di potere – ma di generare processi, di mettersi in cammino come Israele nel deserto. Qui infatti, senza punti di riferimento fissi, in piena crisi, ciò che ha salvato il popolo in cammino non è stato accostarsi a un luogo – il Tempio, ancora da costruire – ma l’abitare il tempo come capacità di speranza e di progettazione.
Occorre anche per noi oggi iniziare un processo nuovo, quello di ripensarci come un popolo ricondotto da Dio, amato da Dio e condotto dove Lui vuole affinché si realizzi il Suo grande sogno, ovvero quello di fare casa con l’umanità tutta (“Venne ad abitare in mezzo a noi”).
Di tutto questo ne parleremo con la teologa Antonietta Potente che ha vissuto diversi anni in Bolivia dove, oltre ad avere sperimentato una nuova forma di vita comunitaria abitando insieme a dei campesinos di etnia Aymara, ha partecipato attivamente al processo di cambiamento socio-politico del popolo boliviano.

Potente Antonietta

ANTONIETTA POTENTE teologa, fa parte delle suore domenicane di San Tommaso D’Aquino. Dopo aver conseguito il dottorato in Teologia Morale, ha insegnato a Roma, Firenze e in alcune università della Bolivia.
La sua riflessione teologica la pone tra le teologhe più fertili e creative all’interno del panorama italiano e sudamericano.

Tra le sue pubblicazioni:

  • Semplicemente vivere. Cinque passi per un nuovo inizio (Romena, 2018)
  • Come il pesce che sta nel mare. La mistica luogo dell’incontro (Paoline, 2017)
  • Non calpestare l’ombra… Pensieri sul dualismo (Paoline, 2017)
  • Un bene fragile. Riflessioni sull’etica (Mondadori, 2011)
  • La religiosità della vita. Una proposta per abitare la storia (ICONE, 2011).

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Venerdì 22 febbraio 2019, ore 20:45

Centro Diocesano di Spiritualità, via Medaglie d’oro, 8 – Crema

“La realtà è più importante dell’idea”: fragilità umana e mito della perfezione nell’epoca dell’incertezza

In una sua famosa scultura intitolata Self Made Man, l’artista inglese Bobbie Carlyle ci offre la raffigurazione di come l’uomo contemporaneo ha imparato a pensare se stesso: un uomo, armato di martello e scalpello, nell’ardua fatica di scolpirsi da solo di estrarre da sé la propria forma dalla nuda pietra. Di fronte all’opera emergono subito tutta una serie di domande: da dove provengono gli strumenti che quell’uomo sta utilizzando per de-finirsi? Da dove trae origine questo suo progetto? Come ha potuto liberare, da sé, quella mano che gli permette di scolpire la propria esistenza? E da dove proviene la materia di cui è fatto? Al di là dell’illusoria idea di un uomo totalmente autonomo, la realtà, soprattutto in questi tempi di incertezza, ci restituisce il volto di un’umanità segnata dal limite e dalla fragilità.
Accompagnati dal teologo Brunetto Salvarani e da quella “straordinaria scuola di umanità” che è la Bibbia, cercheremo di riscoprire il valore della fragilità quale reale tratto costitutivo dell’umano: una condizione, quella della fragilità, da non ostracizzare in nome di un’illusoria rincorsa alla perfezione che chiude alla relazione (se voglio essere “il” perfetto, voglio essere l’unico e in fondo “il” solo), ma da accogliere in quanto luogo del possibile incontro con l’altro e con l’Altro.

BRUNETTO SALVARANI giornalista, scrittore e conduttore radiofonico, è docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, di Bologna e presso gli Istituti di Scienze religiose di Modena, Forlì e Rimini.

Tra le sue pubblicazioni:

  • Un tempo per tacere e un tempo per parlare. Il dialogo come racconto di vita (Città Nuova,2016)
  • «Molte volte e in diversi modi». Manuale di dialogo interreligioso (con M. Dal Corso, Cittadella, 2016)
  • De Judaeis. Piccola teologia cristiana di Israele (Gabrielli, 2015).

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Lunedì 28 gennaio 2019, ore 20:45

Centro Diocesano di Spiritualità, via Medaglie d’oro, 8 – Crema

In ascolto: comunità, missione e discernimento alla luce della Parola

Nella lettera pastorale “Vivere la comunione, accogliere la missione: quale futuro per la Chiesa cremasca?”, presentata alla diocesi il 14 settembre 2018, il vescovo Daniele chiede di porre al centro dell’attività pastorale un «ascolto condiviso e orante della Parola di Dio». In questo orizzonte, il Centro diocesano di Spiritualità, in collaborazione con l’Apostolato biblico, propone un percorso biblico-spirituale in continuità con il lavoro pastorale di tipo sinodale richiesto dal vescovo per il 2018-2019: «Sono convinto – scrive – che un più forte impegno di ascolto orante e condiviso della Parola di Dio, come ci è data nella Scrittura, possa rinnovare la vita delle nostre parrocchie e possa aiutare le future unità pastorali a non trasformarsi in mega-organizzazioni pastorali».
Gli incontri, guidati da don Pier Luigi Ferrari, muoveranno da alcuni brani tratti dagli Atti degli apostoli, animati dalla consapevolezza che un ascolto attento delle comunità delle origini possa aiutarci a leggere i segni della storia per questo tempo di comunione e missione.
Il percorso non si chiude con questi tre momenti, ma – attraverso l’opera dell’Apostolato biblico – prosegue nelle parrocchie o unità pastorali che ne faranno richiesta così da vivere ancor più concretamente, assaporando la Parola, l’esperienza dell’essere comunità.

Don PIER LUIGI FERRARI è sacerdote della Diocesi di Crema e incaricato diocesano per l’Apostolato biblico. Biblista, è docente di Sacra Scrittura e Lingue bibliche presso l’I.S.S.R. Sant’Agostino (Diocesi di Crema-Cremona-Lodi-Pavia-Vigevano) e negli Studi Teologici Riuniti dei Seminari vescovili di Crema-Cremona-Lodi-Vigevano.

Tra le sue pubblicazioni:

  • Edizione critica de La parola che non passa di don Primo Mazzolari (EDB, 2017)
  • I luoghi del Regno. La dimensione «spaziale» nel racconto di Marco (EDB, 2015)
  • Bibbia. L’interpretazione della Scrittura nella Chiesa cattolica (EDB, 2014)
  • La Dei Verbum (Queriniana, 2005).

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Sabato 26 gennaio 2019, dalle ore 16 alle ore 18
Sabato 16 febbraio 2019, dalle ore 16 alle ore 18
Sabato 23 marzo 2019, dalle ore 16 alle ore 18

Centro Diocesano di Spiritualità, via Medaglie d’oro, 8 – Crema

I luoghi della fede: abitare uno spazio per ritrovare il proprio tempo. Giornata presso il monastero di Viboldone

viboldone_autunno“Abbiamo bisogno di recuperare l’inquietudine provocata dall’arte, che spinge l’uomo a interrogarsi sulla vita.
La grande bellezza di fede e arte è la capacità di aprire feritoie, invitandoci a scoprire il mistero, l’eterno, l’assoluto e il divino”. 

(Mons. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura)

Domenica 2 dicembre 2018
giornata di ritiro presso il
monastero di Viboldone

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